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Il sogno di Emilia

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il-sogno-di-emiliaC’era una volta nel regno degli umani un cagnolino di nome Papik, il più dolce yorkshire del mondo. La sua padrona, una ballerina sempre in giro per lavoro, lo affidava spesso alla dirimpettaia, una donna stralunata che aveva una bimba di quattro anni di nome Emilia. Quando la madre era più stramba del solito Emilia se ne andava sul pianerottolo di casa e il cagnolino le teneva compagnia. Quando un vicino passava loro davanti Papik faceva finta di correre via e la bambina gli andava dietro come se fosse appena uscita di casa a inseguirlo; quando erano da soli Papik scacciava via la tristezza di Emilia assumendo pose buffe che la facevano tanto ridere e rotolandosi sulla schiena per farsi accarezzare il pancino. La bimba lo accontentava volentieri perché amava davvero quel cagnolino buffo dagli occhi gentili e perché quei momenti sul pianerottolo erano i più felici della sua vita.
Un giorno la ballerina tornò a casa con un annuncio: stava per sposarsi e si sarebbe presto trasferita portando con sé il suo cagnolino.
Emilia accolse la notizia con grande rammarico e la notte prima della partenza di Papik si addormentò tra le lacrime pregando che una magia mutasse i piani della padrona del suo dolce compagno di giochi.
Fu allora che accadde una cosa straordinaria.
Emilia sognò di trovarsi in un luogo dove non era mai stata, una terra dove tutto era scintillante e gli alberi, i prati, i fiori e le montagne avevano colori mai visti. L’erba era verde di un verde così verde da non sembrare neanche verde. Il sole era giallo di un giallo così giallo da non sembrare neanche giallo, il cielo era azzurro di un azzurro così azzurro da non sembrare neanche azzurro.
Ad un tratto, mentre stava osservando rapita quel paesaggio fantastico, Emilia vide una bimba riccioluta che le sorrideva andandole incontro. “Ciao Emilia, io sono fata Erin, benvenuta a Sempre” – la salutò la ricciolina facendo segno di seguirla. Emilia la seguì senza fare domande e venne condotta in una grotta dalle cui pareti di roccia sporgevano pietre scintillanti. Fata Erin ne estrasse una e la mostrò alla bambina: “Questa non è una pietra qualunque – disse accarezzandola- questo è il sempre di Papik e, d’ora in poi,  lo terrò con me – aggiunse la fatina. “E ricorda: ogni volta che entrambi sognerete l’uno dell’altra potrete stare assieme qui nella terra di Sempre” – concluse la bimba fatata dando la pietra ad Emilia.
Non appena la piccola la toccò, la pietra cominciò a prendere vita cambiando forma, consistenza e temperatura e si trasformò in una creaturina in tutto simile a Papik. Emilia strinse forte a sé il cagnolino e quel calore scaldò il suo cuore di bambina, poi lo riconsegnò alla fatina con un sorriso d’intesa.
La mattina dopo Emilia si svegliò felice e, d’istinto, corse sul pianerottolo ancora in pigiama. Suonò il campanello della casa della ballerina ma non ebbe risposta. “Sono appena scesi- la avvisò sua madre dall’uscio-  li vedi dal balcone!”. Emilia, senza esitare, corse a perdifiato giù per le scale e uscì fuori dal palazzo giusto in tempo per vedere la ballerina prendere in braccio Papik e salire su di un taxi. Ancora trafelata, Emilia fece qualche passo dietro alla vettura e poi si parò in mezzo alla via e sorrise: Papik la guardava dal sedile posteriore del taxi bianco che si allontanava. Fu allora che Emilia gli urlò “Sogna, Papik, sogna!”. Poi corse a casa sua e ritornò a dormire.
Dormì tre anni Emilia e quando si svegliò raccontò che aveva fatto un pisolino per salutare ancora una volta il suo Papik.